( da Musica & Dischi )
Daniela Goggi
Keith Emerson Altra sigla tv che diventa un successo formidabile, nonostante non presenti alcun segno di facile consumo, è quella del programma TG2 ODEON (il sottotitolo è TUTTO QUANTO FA SPETTACOLO) che va in onda tutti i mercoledì sulla Rete Due in prima serata. Si chiama HONKY TONKY TRAIN BLUES e raggiunge la posizione numero due, alle spalle di FURIA. La canzone è una vecchia composizione degli anni trenta, del jazzista Meade Lux Lewis e ad eseguirla è Keith Emerson, l’organista del gruppo inglese Emerson, Lake & Palmer che fece gridare al miracolo musicale tra il 1971 e il 1973. Keith ha registrato questo brano, nell’estate del 1976 e cercava un’occasione giusta per lanciarlo. Capita per l’appunto questa trasmissione e davvero non si sa chi è che porta fortuna, se la canzone sigla o la trasmissione tv. Il brano, così come è facile intuire, è un honky tonky dei più classici ma con un arrangiamento moderno. Intanto in questi giorni esce un nuovo LP del gruppo inglese dal titolo WORKS ed è diviso in quattro parti. Tre facciate del disco (è un doppio) sono dedicate ad ogni singolo componente, e loro danno grande sfoggio di bravura; la quarta facciata è un lavoro di equipe, così come si faceva ai bei tempi. Per preparare questo LP il trio ha impiegato circa due anni. Difatti il loro disco precedente era uscito agli inizi del 1975 (WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS). La loro popolarità, davvero imponente nei primi anni del decennio, va trovata nella straordinaria cultura musicale, nella eccelsa bravura come singoi strumentisti, nei grandiosi spettacoli dal vivo (ricercati effetti scenici, impianti d’amplificazioni mostruosi, mostri di cartapesta, la lotta tra organo e moog di Emerson etc). Sigle televisive Ma perché le sigle tv hanno così tanto successo? Forse dipende dal fatto che la gente non esce più di sera per paura delle aggressioni e della violenza gratuita dell’epoca. Avete presente il film di Paolo Villaggio IL BEL PAESE, proprio del 1977, o l’assurda morte di Luciano Re Cecconi, giocatore della Lazio ucciso per uno scherzo ai primi di gennaio ’77 da un orefice esasperato dalle rapine? Anche i cinema hanno un brusco stop nelle ore serali. E così, non uscendo più, la gente è costretta a sorbirsi ore e ore di televisione casalinga. Sta di fatto che il boom delle sigle tv ha riportato i 45 giri a livelli commerciali d’eccezione risultando essere i dischi più venduti. Le sigle musicali destinate ad un pubblico di bambini non le batte nessuno. In pochi mesi i vertici delle classifiche hanno visto alternarsi ai primissimi posti brani come LA TARTARUGA (Bruno Lauzi – sigla di UN COLPO DI FORTUNA), FURIA (da FURIA, cantata da Mal) prima in classifica questa settimana, JOHNNY BASSOTTO (di Lino Toffolo, da CHI?), SEI FORTE PAPA’ (di Gianni Morandi, da Rete Tre), BASTA, PRENDO, PARTO, VOLO VIA (Memo Remigi da A MODO MIO). Della Goggi abbiamo parlato poco fa, così come di Keith Emerson. Ma quali sono le altre sigle di successo di questo periodo? COSA FARAI DI ME, traduzione italiana di un successo cantato alla fine della guerra da Charles Trenet dal titolo VOUS QUI PASSEZ SANS ME VOIR, scelta come sigla di una serie di film dedicati a Jean Gabin interpretata dal duo Genova & Steffan. Poi c’è PIU’ di Ornella Vanoni (cantata insieme a Gepy) ex sigla di GRAN VARIETA’ condotto da Sandra Mondaini e Raimondo Vinello; SOMEBODY TO LOVE dei Queen, sigla del ciclo di film dedicato a Billy Wilder; eppoi MA..SE.. da DOMENICA IN cantata da Dora Moroni. Altre non riescono ad aver successo; vedi L’AMICO DELLA NOTTE cantata da Gianni Nazzaro e scritta da Enrico Simonetti che sicuramente avrebbe meritato più l’attenzione del pubblico, oppure SOGNO, da SCOMMETTIAMO, programma di quiz con Mike Buongiorno, cantata da Mino Reitano. E visto che sigla tv fa rima con successo, gli esclusi dicono che gli appalti per le sigle, stranamente, sono vinti sempre dalle grandi case discografiche che sono quelle che poi sganciano di più. Sanremo 1977 Novità da Sanremo: dodici cantanti già affermati in gara, un’unica giuria in sala e un’appendice successiva in giro per l’Italia con possibilità di voto da parte del pubblico sugli stessi cantanti e sulle stesse canzoni per confrontare il verdetto della giuria del Festival con quello popolare. E ancora, un’altra manifestazione ad aprile col supervincitore o con i due vincitori (del pubblico e della giuria) e una quarta serata per festeggiare il centenario del supporto fonografico (1877). Queste è la formula del Festival di quest’anno per Sanremo ideato da Vittorio Salvetti, che dopo una lunga trattativa ha avuto il via libera dal consiglio comunale di Sanremo di organizzare anche questa edizione, la ventisettesima. Il Comune non ne voleva sapere in quanto tutto il dossier relativo all’edizione precedente era misteriosamente scomparso nonostante fosse riposto nella cassaforte del Palazzo Comunale. Salvetti, grazie a delle fotocopie ha dimostrato di essere creditore di 40 milioni di arretrati da parte dello stesso Comune. E’ al suo terzo festival, dopo quelli del 1974 e del 1976. Le date sono: dal 3 al 5 marzo per il Festival con l’aggiunta di domenica 6 per la celebrazione del centenario di cui si parlava poc’anzi e, per la prima volta, il Festival non si svolgerà più al Salone delle Feste del Casinò ma al teatro Ariston che è capace di circa duemila posti. I dodici protagonisti di questa edizione sono stati scelti il 15 di febbraio con la collaborazione delle case discografiche alle quali si era raccomandato possibilmente di segnalare un artista per ciascuna. Non ci saranno più nemmeno le serate di selezione del giovedì e venerdì. Le serate del 3 e 4 marzo si chiameranno Sanremo Incontro e saranno una specie di prologo alla serata conclusiva. In ciascuna serata i dodici cantanti avranno la possibilità di presentarsi al pubblico in quindici minuti recuperando anche i loro successi passati (se ne hanno avuti). A presentare lo spettacolo viene chiamato il veterano dei Festival, ossia Mike Bongiorno. Il cast degli ospiti è ben nutrito e si avrà occasione di assistere ad uno show nello show con Barry White, Marcella Bella, John Miles, Daniel Sentacruz Ensemble, Domenico Modugno ed Iva Zanicchi. Domenico Modugno Domenico Modugno è uno che si è saputo dosare per tutto questo decennio. Riacciuffato il successo nel 1970 dopo un periodo di crisi, non è solito strafare o inflazionare la sua immagine. Concilia la musica con il teatro, il cinema e gli sceneggiati televisivi, cercando di fare il meglio per mantenere un successo sempre difficile da dominare permanentemente. L’ultimo biennio lo ha visto protagonista di due grossi successi discografici che comunque non sono piaciuti agli addetti ai lavori che da lui si sarebbero aspettati molto di più. L’ultimo suo singolo lo presenta a Sanremo come ospite d’onore e si chiama IL VECCHIETTO. La canzone viene classificata come canzone per bambini sebbene non se ne capisca il motivo. E’ una ballata molto orecchiabile su un tema tra i più scottanti della nostra epoca, quello degli anziani. Il ritornello abbastanza scanzonato che dice "e il vecchietto dove lo metto, dove lo metto non si sa" entra subito nelle orecchie del pubblico e diventa quasi un modo di dire (che ancora fatica a morire). Lo spunto per questa canzone la prende da un fatto di cronaca: due novantenni si bastonano in un ospizio perché entrambi volevano sedersi sulla stessa sedia. Una canzoncina allegra che in realtà nasconde il dramma della vecchiaia: il non sapere dove andare, il sentirsi rifiutati dalla società perchè vecchi, l’incapacità di adeguarsi ai nuovi ritmi. Il vecchio diventa un peso e bisogna parcheggiarlo dove può fare meno danno possibile. Oppure sfruttato come baby sitter fin quando i bambini diventano grandi. Tanto che nella canzone Modugno amaramente conclude che anche dopo morto, il guardiano del cimitero non riesce a trovargli una sistemazione (avete presente la scena del parcheggio delle bare al Verano in UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO?). Vuoi vedere che anche nell’aldilà... Mentre il pubblico riesce ad apprezzare la canzoncina, i critici rimproverano Modugno di affrontare argomenti importanti e complicati per farne una canzone di facile consumo e con un testo, a sentir loro, ridicolo. In più c’è l’aggravante dei bambini sul palco, per il coro. Troppo stucchevole e piaciona come idea. L’interessato replica che non ha bisogno di questi mezzucci per entrare nelle grazie del pubblico (visto che lo conosce ormai da più di vent’anni) e che altri cantautori amati dalla critica sono sempre portati su un palmo di mano anche quando affrontano argomenti che bisognerebbe avere il buon gusto di non far scadere con una sola canzone perché richiedono spazio e diritto di replica. E lo fa citando un episodio che ha per protagonisti Dario Fo e l’onorevole Pajetta. Questi, dopo aver sentito Dario Fo a teatro, disse che lui questi discorsi li faceva da trent’anni senza far pagare il biglietto d’ingresso, naturalmente mandando su tutte le furie l’attore, l’ex repubblichino di Salò. Il disco di Modugno ha però avuto un parto difficile: alla sua casa discografica nemmeno lo volevano stampare perché non c’era fiducia nella sua commerciabilità. IL VECCHIETTO ottiene un buon successo di vendita perché la gente normale, quella che sa leggere fra le righe, sa che Modugno mette in musica esperienze e sensazioni indipendentemente da quanti dischi riuscirà a vendere. Sta a dimostrarlo parecchi singoli rimasti invenduti negli scaffali dei negozi di dischi, anche quando si chiamavano MERAVIGLIOSO o IL POSTO MIO. Iva Zanicchi
Mia Martini & Charles Aznavour
Poi tocca ad Aznavour che ha da far conoscere anche un brano inedito, PER GOLOSITA’, scritto da Giorgio Calabrese. Accompagnato da un gruppo di dieci elementi e tre ragazze al coro, Aznavour più che cantare racconta le proprie canzoni, mimando sentimenti ed emozioni da consumato professionista. Il problema è che ormai il pubblico conosce a memoria tutte le pause e tutte le espressioni facciali del cantante, l’uscita di scena in gran fretta come sempre dopo un ED IO TRA DI VOI impeccabile ma visto e rivisto non so quante volte sul teleschermo. Aznavour ha mosso i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo come attore e questo retaggio si avverte eccome. Da tempo vive in una specie di limbo artistico in cui il successo consacra e cristallizza. Niente da dire, ma sono sempre le stesse cose, gli stessi pezzi che fa da anni, con in più la novità del momento. Un repertorio, comunque, intoccabile, di gran classe, fatto di racconti del quotidiano: bilanci di vita e di amori, omosessualità, vecchiaia e abbandoni, rimpianti e ricordi di adolescenza. E mentre canta o recita vive partecipando fisicamente al brano che canta. Un gioco che ha sempre pagato. L’applauso più convinto arriva dopo l’esecuzione de L’ISTRIONE. Verso la metà dello spettacolo si sente una voce provenire da dietro le quinte (quando Aznavour canta MES AMIS), una voce che risponde a tono allo chansonnier francese. Naturalmente è Mia Martini. Mia interpreta DOPO L’AMORE insieme ad Aznavour, un momento di rottura nello spettacolo, quando l’emozione e la novità del fatto supera il mestiere e la gigioneria tipica dell’artista francese. Vi chiederete: come si può affermare questa tesi se non si è stati testimoni oculari della serata? Semplicemente visionando lo spettacolo teelvisivo UNA SERATA CON MIA MARTINI E CHARLES AZNAVOUR, che riprende proprio la serata d’inaugurazione al Sistina. Puntata replicata un paio di volte alla fine degli anni novanta da RaiUno. Giorgio Gaber Approda a Roma lo spettacolo di Giorgio Gaber LIBERTA’ OBBLIGATORIA, in programmazione per 5 sere ed eventuali repliche. Con lo spettacolo precedente, ANCHE PER OGGI NON SI VOLA, Gaber aveva praticamente finito un discorso nato con IL SIGNOR G e proseguito con FAR FINTA DI ESSERE SANI. Con questo nuovo spettacolo ha evitato la ripetizione. Il titolo vuole essere un monito: attenti che i tempi di pace, dopo quelli di lotta (da intendersi come sociale) sono i più infidi: tempi in cui la libertà è obbligatoria, vietato vietare, la violenza si ammanta di ideali nobili per poter scorrere senza provocare sdegno. Mai avrebbe pensato (forse) che questa sua teoria l’avrebbe dovuta sperimentare sulla propria pelle. Lo spettacolo dura solo due sere, trasformando il suo nome in sospensione obbligatoria dopo le classiche contestazioni di questi anni per motivazioni inesistenti. Alcune decine di ragazzi con eskimo d’ordinanza e scarsi impegni lavorativi, si assiepano davanti al Trianon al Tuscolano impedendo l’ingresso alla sala con slogan beceri, picchetti e azioni di disturbo, intimorendo la gente che ha fatto lunghe code per assicurarsi il biglietto. Che tra l’altro costa molto poco: duemila e cinquecento lire (un cinema di prima visione ne costava 1500-2000). Alla prima, un gruppo ridotto di contestatori, che comunque sia erano poco interessati allo spettacolo, si è presentato all’ingresso per chiedere che il prezzo del biglietto scendesse a 500 lire, praticamente il prezzo di un giornaletto dell’epoca!! Gaber aveva fatto notare che cinquecento lire era un prezzo davvero irrisorio e inadeguato proponendo alternativamente di offire 80 ingressi gratuiti ogni sera. La sera successiva, questo gruppuscolo che agiva per il bene del popolo, si è presentato in teatro occupando posti di persone che avevano fatto regolarmente la fila e acquistato il biglietto, circolando in sala durante lo spettacolo, interrompendolo con slogan e proclami: anzi, pretendevano di leggere il loro proclama e di aprire un dibattito alla fine del primo tempo (altro che Corazzata Potemkin di Fantozzi!). Naturalmente alla gente in sala di questi sfigati non importava assolutamente nulla e nascevano vivaci proteste e discussioni anche accese. Insomma - dicevano – abbiamo pagato il biglietto e non tolleriamo simili rotture di scatole da chi non ha sborsato una lira e oltretutto prende anche i nostri posti. Gli ingrati! Non capivano che lo facevano per il loro bene! Comunque, la polizia interviene e decide di applicare la disposizione che vieta l’ingresso in sala ad un numero di persone superiore a quello dei posti disponibili. Possibilità quindi di accedere solo per chi ha il biglietto regolarmente acquistato. La polizia, durante la serata successiva sorvegliava il teatro e l’atmosfera non era delle più allegre. Stessa cosa era successa un paio di settimane prima a Mestre e Padova (dove si erano verificati incidenti più vistosi) e per non ripetere quel clima teso e violento Gaber decide di sospendere i recital e di indire una conferenza stampa per spiegare la decisione del gesto. Ad evitare che la situazione degeneri (come successo nel Nord est) provocando danni al quartiere e alle persone, la compagnia si ferma perché non ci sono le condizioni giuste per poter lavorare tranquillamente. Ma andarsene sarebbe scorretto nei confronti di chi vorrebbe vedere lo spettacolo. Aggiungendo che sembra fortemente ingiusto che per colpa di alcune persone che giocano ai rivoluzionari e che cercano solo l’occasione giusta per uno scontro fisico con le forze dell’ordine a rimetterci debbano essere le circa trentamila persone che hanno acquistato il biglietto. Tra l’altro Gaber non è certo personaggio da guadagni favolosi, da dischi che vendono migliaia e migliaia di copie, di quei dischi che in una settimana smuovono un giro di soldi tale che lui riesce a tirare su con una tournèe di sei mesi. Oltre alla forma prevaricatrice e prepotente della protesta, ad essere sbagliato era anche il bersaglio da contestare. In LIBERTA’ OBBLIGATORIA Gaber trattava anche delle idee confuse della sinistra e questi episodi ridicoli non fanno che avvalorare le sue tesi. In quel momento sarebbe stato molto più giusto, se proprio si voleva contestare qualcosa, contestare l’aumento del canone della Rai che, come vedremo poi, era raddoppiato. Ma chi fa di questi gesti non arriva certamente a tanto. Gaber torna dopo due giorni e la forza la trova nella morte del padre che lo colpisce proprio quando si trova a Roma. "O Roma o cambio mestiere", dice Gaber soprattutto dopo le minacce di quel gruppo di balordi che continuavano a stuzzicarlo con frasi del tipo "ti conviene accettare quello che vogliamo, se accetti siamo in grado di garantirti la tranquillità oppure ti impediamo l’ingresso a Roma per sempre". Minacce che, giunte insieme alla notizia luttuosa, gli danno una carica maggiore e una marcia in più per reagire a queste intimidazioni di stampo mafioso. Sciolta la tensione con gli applausi, Gaber dice che "sì, a Roma è valso la pena restare". Nuova Compagnia di Canto Popolare Dopo Gaber, tocca alla Nuova Compagnia Di Canto Popolare sperimentare le gioie della contestazione. A Napoli, una folla di autoriduttori ha occupato il teatro San Ferdinando per protestare contro la Compagnia. Lo spettacolo in questione è LA GATTA CENERENTOLA. Il gruppo folk, fino a qualche anno prima, aveva dato rappresentazioni soprattutto in circoli di avanguardia o teatri tenda. Questo succedeva quando naturalmente erano poco conosciuti e richiamavano meno pubblico. Accrescendo in popolarità, anche le loro platee diventano più grandi e sempre meno "popolari" nel senso letterario del termine. Cosa che deve aver infastidito il solito gruppo di idioti che al grido di autoriduzione hanno interrotto lo spettacolo. Dopo un dibattito il direttore del teatro ha fatto entrare gratis tutto il gruppo di contestatori che, naturalmente, di vedere lo spettacolo non poteva fregargliene di meno. A quel punto è arrivata la polizia che, a piedi e con le jeep, ha circondato il teatro e le strade di accesso. Alle due di notte, quando lo spettacolo è potuto terminare (bontà loro) i poliziotti hanno sbarrato il passo agli spettatori che avevano lasciato il teatro chiedendo documenti e biglietti. Decine di persone sono state così tradotte in questura e per qualche decina di loro viene effettuato l’arresto per violenza privata e danneggiamenti. Gli arrestati, quasi tutti ventenni, sono stati portati a Poggio Reale. King Kong
Disco music
La discomusic sta facendo sfracelli in Giappone dove le discoteche, nel
giro di due anni si sono triplicate. Nelle sole zone di Tokio e Kioto (e
provincia) da seicento discoteche siamo arrivati a 1200. L’ondata,
iniziata nel 1974 con gli exploit commerciali di Stevie Wonder e George
McCrae e con l’arrivo del Bump lanciato dai Commodores con l’omonima
canzone, ha raggiunto il culmine con Van McCoy, restando in testa alle
classifiche delle discoteche locali per 20 settimane di fila. Oggi, ad
andare per la maggiore nel paese del Sol Levante sono i Kool & The Gang,
i Cruseders, il nuovo corso di James Brown, le Silver Convention, gli
Stylistics e naturalmente Mr. Barry White. Come si può facilmente
notare, la disco che piace di più è quella con una venatura funky
(eccezion fatta per la Silver Convention). Il disco mix Restiamo in tema discoteca: da qualche tempo in Italia, oltre ai 33 giri, ai 45 giri e alle musicassette bisogna fare i conti anche con i dischi maxi o comunemente detto dischi mix che hanno le dimensioni di un trentatrè ma che girano a quarantacinque. Il disco mix è nato naturalmente in Usa e nel gergo dei DJ americani viene chiamato disco giant o jumbo size. Il primo disco uscito di queste dimensioni è stato TEN PERCENT dei Double Exposure, pubblicato dall’Atlantic nel luglio 1975. Negli Usa è nato a scopo promozionale per uso esclusivo di radio e discoteche ma il successo è stato così grande che ormai è entrato nel normale circuito. Di solito contiene un pezzo per facciata ma a volte anche 3 o 4 pezzi per una durata ciascuno di 8-9 minuti e con un massimo di 12. La musica pop, e di conseguenza quella leggera, tende da qualche anno a superare la barriera dei tre minuti ed era inevitabile che, disponendo di un disco a 45 giri del diametro di 17 centimetri, la lunghezza del brano andava a discapito della qualità del suono (per questo motivo alcuni singoli si dividevano in parte prima e parte seconda). Per questo, il disco mix ha riscosso così grande successo esaltando il sound e rendendolo più brillante. Il termine mix viene da missaggio perché questa fase è curata in maniera particolare per creare la sonorità giusta per le discoteche. Le quali ormai traboccano di dischi mix, ideali per essere mixati fra loro per un pubblico che vuole soprattutto ballare. La differenza tra il disco singolo e quello mix dello stesso titolo è dato da un’arrangiamento differente, più lungo rispetto alle altre versioni uscite su altri supporti. In più, essendo i solchi più larghi rispetto al normale 45 giri, il risultato è migliore sotto il profilo dell’acustica. In Italia in questo periodo costano duemila lire e i titoli che vanno per la maggiore sono BLACK IS BLACK della Belle Epoque e FLYING FISH di Asha Puthli. Classifica Juke-Box
A proposito di classifiche e di discoteche, questa settimana ecco un
supplemento con la clasifica JukeBox Parade, a cura della SAPAR-AGIS.
Classifica ricavata con la collaborazione dei noleggiatori, proprietari
di alcune migliaia di jukebox iscritti alla SAPAR-AGIS. Questa
classifica fa riferimento al mese di gennaio, quindi non settimanale: Daryl Hall & John Oates
L’Inghilterra ha trovato, in questo primo scorcio dell’anno, dei nuovi
idoli. Si chiamano Daryl Hall & John Oates e sono americani. Dopo
l’ubriacatura dovuta al complesso dei Bay City Rollers (che comunque da
queste parti vanno ancora forte) ora tocca a questo duo di Philadelphia
che non offre nulla di nuovo ma che sa valorizzare al massimo quello che
scrive. Tutti i giornali anglosassoni parlano di loro in termini
entusiastici, tanto che i loro spettacoli a Londra e in tutta
l’Inghilterra sono sold out già dal mese precedente. Tracciamo un
profilo artistico del duo, perché sarà ben difficile poterci ritornare
su, considerando le scarse opportunità che avremo di parlarne: suonano
insieme da molti anni e sono cresciuti con i dischi di Elvis, anche se
la loro musica non si può catalogare in un genere preciso. Il loro primo
album risale al 1972 ed esce per l’etichetta Atlantic. Il titolo era
WHOLE OATES. Il secondo, l’anno dopo, si chiama ABANDONED
LUNCHEONETTE, molto più articolato e maturo del precedente e ricco di
spunti. Il terzo, del 1974, è in collaborazione con Todd Rundgren in
veste di produttore ed è un disco più orientato verso il rock. Il titolo
è WAR BABIES. Poi tocca all’album intitolato a loro stessi, DARYL HALL &
JOHN OATES, il primo uscito per la Rca, nel quale il duo torna a
sonorità morbide e rilassanti, certamente più adatte alla loro
personalità. SARA SMILE è il singolo che rimane per cinque mesi nelle
classifiche inglesi e arriva al quarto posto in quelle americane. Il
pubblico gradisce molto questo nuovo corso e disco e ancora di più
quello successivo, chiamato BIGGER THAN BOTH OF US e che li fa conoscere
al pubblico italiano sebbene non venda abbastanza da entrare tra i primi
30 classificati. In questo disco c'è un po’ di tutto, dalla ballata al soul
senza una vera soluzione di continuità, però senza dare la sensazione
che le stanno provando tutte per piacere a più pubblico possibile.
Diventa disco di platino e contemporaneamente l’Atlantic ristampa il
singolo SHE’S GONE che nel 1973 faceva parte dall’album ABANDONED
LUNCHEONETTE e che difatti lo trascina nuovamente in classifica. Da
notare che quel singolo all’epoca arrivò in classifica solo grazie ai
Taveres che ne fecero un hit. In questo periodo Daryl Hall incide il suo
primo disco da solista con la supervisione e produzione di Robert Fripp.
Si chiama SACRED SONGS ma la Rca lo ritiene troppo poco commerciale e
forse deleterio per l’immagine del complesso e così non uscirà fino al
1980. Il cantante è il biondo Daryl che è anche il dominatore della
scena, essendo il più avvenente dei due. Fascino unisex, così come
Dal resto del mondo Un breve excursus sui dischi più venduti nel mondo in questo periodo: il 45 giri di maggior successo è ancora la splendida ballata dei Chicago IF YOU LEAVE ME NOW, seguita a ruota da DADDY COOL de Boney M. Poi è la volta degli Smokie con LIVING NEXT DOOR TO ALICE che in Italia non ha avuto successo. Ancora i Boney M con SUNNY, gli Abba con MONEY MONEY, le Ritchie Family con THE BEST DISCO IN TOWN che resiste nonostante 4 mesi di vita. E ancora gli Abba con DANCING QUEEN. Per quel che riguarda la classifica mondiale degli LP vediamo in testa sempre gli Abba con ARRIVAL, i Pink Floyd con ANIMALS al secondo posto, gli Eagles con HOTEL CALIFORNIA, ancora Stevie Wonder con uno dei dischi più famosi di tutti i tempi, SONGS IN THE KEY OF LIFE, uscito alla fine del ’76, i Queen con A DAY AT THE RACES, i Boney M con TAKE THE HEAT OFF ME (album che prende il titolo dalla canzone di Marcella NESSUNO MAI, tradotta in inglese) e WINGS OVER AMERICA, triplo live di Paul McCartney con il suo gruppo, i Wings. Dalida festeggia all’Olympia i suoi vent’anni nella canzone. E lo fa con un recital di dodici canzoni nuove, repertorio del tour europeo che prende il via proprio da Parigi. Canzoni molto diverse fra loro che vogliono essere un bilancio di questi primi vent’anni di vita musicale. Il titolo è IL Y A TOUJOURS UNE CHANSON, che è anche il titolo di una canzone scritta da Serge Lebrail e da Pascal Sevran. Vi si ricordano alcuni dei brani che l’hanno resa celebre e che hanno segnato la sua carriera, da BAMBINO a J’ATTENDRAI (entrambe canzoni italiane: GUAGLIONE e TORNERAI). Ad un certo punto dello spettacolo Dalida intervalla le canzoni con un racconto della sua vita, della sua infanzia, scandito da cinque melodie diverse e due di queste sono ET TOUS CES REGARDS che tratta di una fanciullezza mediterranea e AMOUREUSE DE MA VIE, che diventa anche, per la cantante, un grosso successo a 45 giri in Francia, uscito dalla penna di Pierre Grosz. Questo tour Dalida l’aveva rodato con un piccolo giro in provincia per sperimentarlo su un pubblico meno sofisticato di quello dell’Olympia. Andato benissimo, è pronta ora per il giro europeo. Ilona Staller
La TV a colori
Carta 77 Continuano gli interrogatori e le minacce contro i 300 intellettuali dissidenti dell’est che hanno firmato il manifesto per i diritti umani noto come Carta 77, dove si chiede la fine delle persecuzioni da parte dei regimi comunisti e il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo. Commediografi, filosofi ed intellettuali (soprattutto cecoslovacchi) sono stati nuovamente fermati dalle autorità mentre l’organo di partito Rude Pravo in concomitanza con radio e tv inaspriva la campagna denigratoria contro i rinnegati al servizio dell’imperialismo occidentale. Un centinaio di dissidenti sovietici sono stati giudicati e condannati, internati in cliniche psichiatriche nei primi mesi del 1977, quando non fatti sparire addirittura nel nulla. Caso di cui si sta occupando Amnesty International, istituzione a quel tempo invisa alle sinistre italiane per ovvi motivi. Il nostro Ministro degli Esteri, Arnaldo Forlani, per protesta, rientrando dall’URSS evita lo scalo previsto a Praga per non incontrare i dirigenti del partito comunista cecoslovacco. Non è molto chiaro perché, stando a questi fatti, da Gromiko invece ci sia andato. Ma la chiarezza e la coerenza non hanno quasi mai contraddistinto i nostri cari politici. Christian Calabrese
 
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