Tirando la somma dell’anno (1984) che ormai volge al termine c’è da considerare
una grave crisi del disco, che questa volta non è il solito ritornello
dei discografici ma le realtà del fatti. Tante importanti case
discografiche, attivissime negli ultimi venticinque anni, da qualche
tempo vivono con l’incubo della chiusura o con il pensiero di dover
cedere baracca e burattini a qualche multinazionale americana o tedesca.
Le rese dei negozianti alle case discografiche sono passate dal 4° - 5%
dei tempi d’oro al 40 e 50% dei giorni d’oggi. Nel 1982 si sono venduti
in totale 56 milioni di pezzi, 45 milioni nel 1983 e nel 1984 siamo
arrivati alla cifra di 32 milioni. Come mai questa discesa vertiginosa?
La colpa la danno alle cassette. Difatti in Italia si venderebbero ogni
anno circa 40 milioni di cassette vergini utili alla registrazione dei
dischi. I ragazzi difatti comprano meno dischi. Preferiscono farseli
prestate dagli amici o in classe e se li registrano con comodo a casa.
Poi ci sono le cassette pirate, quelle che si vendono per la strada o
nei mercatini come Porta Portese a Roma. Le paghi 3-4mila lire contro le
18 mila di un disco appena uscito. Queste le ragioni principali. Ma
anche perché mancano personaggi che con la solo loro presenza sanno far
smuovere le acque stagne del mercato. A parte i Duran Duran
(contrapposti con furbizia dalla stampa e dalle rispettive case
discografiche agli Spandau Ballet) non si vede niente di nuovo in giro.
Manca una rivoluzione in stile Beatles. Stesso problema per il cinema.
Pochi spettatori per il caro-biglietti. Conviene affittare o acquistare
le cassette pirate che vanno davvero forte grazie anche al boom dei
videoregistratori.
Una classifica che parla prettamente inglese. Inglese, non americano.
Con la sola eccezione dei Toto e Stevie Wonder. Poi c’è l’inglese
sassone, che è quello degli Alphaville e l’inglese italiano che è quello
di Gazebo, al secolo Davide Prezzemolini. Per il resto, per trovare un
singolo italiano nella classifica a 45 giri bisogna andare alla 15°
posizione dove troviamo Antonello Venditti, un cascame della bella
stagione ormai desolatamente lontana, con CI VORREBBE UN AMICO, con 16
settimane di presenza. Il discorso cambia quando si tratta degli album
anche se questa volta i fatti non mi danno molto ragione. Difatti gli
anni ottanta a 33 giri sono stati il regno incontrastato degli artisti
italiani ma questa settimana ne troviamo soltanto quattro tra i primi
dieci, che però sono di un livello più che accettabile. Ecco infatti gli
ex numeri uno della classifica di qualche settimana fa ossia i Pooh, poi
di nuovo Venditti (21 settimane di presenza e quindi il più antico disco
in classifica tra i primi dieci), Lucio Dalla e il nuovo di Mina, doppio
come sempre in questi anni.
Bronski Beat
C’è però un complesso, o meglio un trio, che ha addirittura due singoli
in classifica e un album al 12° posto e sono i Bronski Beat e il loro
disco d’esordio è davvero una miniera di successi a 45 giri cantati con
la voce in falsetto del leader Jimmy Sommerville, un rosso (di capelli)
omosessuale con tanta energia in corpo. Essendo loro attivisti del
movimento gay inglese sono molto politicizzati, ma in Italia quasi non
ce ne accorgiamo. O meglio gli adolescenti non ci fanno molto caso
(tranne quelli gay, naturalmente). Badano più alla musica ed al suono
che alle parole (anche perché sono in inglese) Ogni canzone è uno
spaccato sociale dell’Inghilterra anni ottanta, una denuncia contro la
società (con argomento privilegiato la tematica gay). Ma c’è anche il
pacifismo e l’impegno antinucleare molto sentito in quegli anni quando
ancora esistevano i due blocchi est-ovest. Una lunga e dettagliata lista
di paesi in cui l’omosessualità è permessa ed altri no (completamente
illegale in Romania, Russia e Cina – punibile in certi casi con la
morte) e stranamente legale in Polonia dall’età dei quindici anni. Testi
semplici ma crudi, delle volte tribunizi ed alte no, conditi con ritmi
elettronici che ben si accostano alla voce stridula (e per certi versi
monotona) del cantante leader. SMALLTOWN BOY è la canzone che li ha
lanciati a settembre in tutta Europa ed è un aperta denuncia al
moralismo borghese sulla scottante questione. Un omosessuale di
provincia in un'Inghilterra anni ottanta in cui il modello preponderante
è l’hooligan da stadio. Niente di così lontano tra loro. Persone che
subiscono violenze morali più che fisiche. Le parole sono sintomatiche:
l’andarsene di mattina dalla città con tutto quello che si possiede, una
valigia nera. Solo sul binario con il vento e la pioggia che ti sferzano
la faccia e con tua madre che non capisce il perché di una decisione
simile. Non troverai mai l’amore a casa e non troverai mai comprensione
nella piccola città che ti ha sempre preso a calci. Hanno colpito così
duro da farti piangere ma tu non hai pianto perché non avresti mai
pianto per loro ma per la tua anima. Questa è una sommaria traduzione
del testo. Il loro outing prende alla sprovvista anche i genitori dei
tre che apprendono della condizione dei figli solo grazie alla rivista
New Musical Express. Però, per il momento, fanno tanti soldi. Quindi,
meglio non scandalizzarsi più di tanto. Jimmy Sommerville (un ragazzo
sinceramente molto brutto) si infastidisce dal fatto che persone che
prima lo prendevano a calci nel sedere dandogli della checca ora gli
dispensano sorrisi. Ma è così. Stai tranquillo, caro Jimmy: quando
smetterai di avere successo ritorneranno a prenderti a calci nel culo
dandoti della checca. Come ora, ridotto ad essere una guest star nel
locale Toretta Style a Roma, che sarà anche trend e simpatico (sarebbe
il locale che ha lanciato la moda delle canzoni dei cartoni animati e
delle sigle tv in discoteca alla fine dei novanta) ma che è lontano anni
luce dalla ribalta degli MTV Awards del periodo.
In quegli anni tantissimi gruppi e cantanti scelgono la via
dell’ambiguità: in Inghilterra usano invece la parola outrageous che
letteralmente significa oltraggioso ma nel parlare comune ha un altro
significato. A parte i Culture Club, troviamo gli Smiths di Morissey, i
Depeche Mode,i Frankie Goes To Holywood e Marc Almond dei Soft Cell. Poi
ci sono quelli mascherati come gli Wham! di George Michael. Scelgono il
nome di Bronski che è il cognome del protagonista del Tamburo di Latta
di Gunther Grass che usa il tamburo per rompere ogni resistenza attorno
a se e smascherare ogni ipocrisia. E’ anche il cognome di uno dei
componenti ma questo è una coincidenza. I loro nomi, a parte
Sommerville, sono Larry Steinbacheck e Steve Bronski. I due senza Jimmy
avevano fondato un duo di synth ma le cose marciavano molto in stile
calma piatta, cioè non accadeva niente. Poi incontrano Sommerville e il
suo falsetto talmente particolare da donare un’impronta definitiva al
gruppo. Va da sé che ne diventa il leader. Cominciano così i primi
concerti nei clubs londinesi e poi al Pink Festival che sarebbe un
festival di matrice gay. Fino al successo definitivo a livello prima
nazionale e poi europeo. WHY? è il secondo singolo a scalare velocemente
le classifiche ed è un punto interrogativo sul perché di tanta violenza
nel mondo (molto banale e buonista). Nel disco c’è anche una versione
molto particolare di AIN’T NECESSARILY SO di George Gershwin e una bella
cover di I FEEL LOVE di Donna Summer. L’uso moderato di strumenti
elettronici accoppiati ai fiati e a strumenti un po’atipici per dei
complessi pop come il violoncello, rende il 33 giri molto interessante e
poco noioso (sentire una voce in falsetto per 45 minuti può diventare
pesante).
Boy George & Culture Club
Boy George e i Culture Club sono ancora in classifica. E’ quasi
praticamente impossibile non trovarli da un anno e mezzo a questa parte.
In qualsiasi periodo dell’anno c’è un singolo dei Culture Club (o un
album) tra i primi venti. Questa è la volta di THE WAR SONG, canzone
davvero insipida ma che comunque trova senza difficoltà la strada giusta
per sgomitare tra i primi dieci. E’ di questi giorni la notizia che Boy
George sia riuscito a guadagnare il suo primo milione di sterline più
rapidamente di qualsiasi artista inglese. Un dato che fa riflettere sul
grado di popolarità che il gruppo ha raggiunto. Tra un tour e l’altro
Boy George e il suo gruppo continuano a sfornare dischi e successi in
gran quantità. Hanno inserito due brani inediti nella colonna sonora del
film ELECTRIC DREAMS che si intitolano THE DREAM e LOVE IS LOVE, canzone,
quest’ultima, che sarà un successo coi fiocchi anche nelle classifiche
italiane. Per la cronaca, tra gli altri artisti che hanno partecipato
alla colonna sonora troviamo Jeff Lynne della Electric Light Orchestra,
Giorgio Moroder, e gli Heaven 17. Ma quello che forse potrebbe
interessare la legione di fan italiani del gruppo è il nuovo 33 giri
intitolato WAKING UP WITH THE HOUSE ON FIRE (svegliarsi con la casa in
fiamme) tratto da un film di Doris Day, attrice americana di cui il
cantante (che ora s’è fatto biondo e si è parzialmente struccato) è un
grande estimatore. Per quanto riguarda i contenuti musicali, questa
volta il gruppo ha puntato su suoni e canzoni di maggiore impatto
immediato. E’ storia recentissima il loro concerto all’arena londinese
di Wembley dove in sei serate hanno raccolto 60mila persone. Anche se
qualcuno malignava del fatto che non era realmente tutto esaurito come
recitava il cartello al di fuori del complesso (sold out) e come
scriveva la rivista Time Out London. Sono stati comunque sei
appuntamenti che hanno confermato la grande popolarità della band;
successo eclatante, luci programmate dai computer, un palco da far
invidia ad una rappresentazione dell’Aida di Zeffirelli, un cambio di
costumi che nemmeno Renato Zero ai suoi tempi. La cosa che forse ha
colpito negativamente è la voce del leader, che mentre è facile da
manipolare in studio, dal vivo rende quello che è nella realtà. Escono
dal semi anonimato (perchè schiacciati dall’immagine prorompente di Boy
George) gli altri tre componenti del gruppo che dimostrano di saperci
fare davvero con gli strumenti. Intanto, il gruppo è il vincitore della
categoria complessi per il 1984 in Italia, dopo un referendum indetto
dai giornali del settore. Battono i Duran Duran che si piazzano al
secondo posto. Gli unici italiani nella classifica dei primi dieci sono
i Pooh (sesti) e i Ricchi & Poveri (settimi). Mentre stravincono nella
categoria artisti dell’anno con tre singoli e due LP in classifica
seguiti da Paul Young al secondo e i Duran Duran al terzo. Primo nome
italiano è Gianna Nannini, che occupa il quarto posto grazie al mega
successo estivo FOTOROMANZA e l’album PUZZLE.
Frank Sinatra
The Voice comes back. Frank Sinatra, nonostante i suoi ripetuti addii
alle scene ritorna in pista e lo fa nell’anno delle olimpiadi di Los
Angeles, dedicando a questa megalopoli la canzone L.A. IS MY LADY (Los
Angeles è la mia signora) e il relativo album. Molti criticano
l’operazione nella quale vedono uno scopo puramente commerciale ma Frank
Sinatra può aver bisogno di un pretesto simile per vendere qualche disco
in più? Sinceramente no. In Italia il disco comincia a farsi strada
nelle classifiche verso novembre proprio durante una tournèe in Europa
dell’immarcescibile 68enne. La canzone guida è nello stile Las Vegas:
grande dispiego di mezzi e di strumenti swingati a metà strada tra
CHICAGO e NEW YORK NEW YORK (intese, naturalmente, come canzoni). Adatta
ad essere interpretata sulle scene di un teatro tipo Ceasar’s Palace, in
Usa sale rapidamente le vette della classifica anche perché il risultato
finale dell’intero disco non è soltanto all’altezza ma travalica di gran
lunga il livello medio della produzione del momento. Una lezione di
classe e di professionalità per tutti.
Stevie Wonder
Forse è la canzone più scontata e banale di tutta la discografia di
Stevie Wonder ma certamente (purtroppo) anche una delle più famose in
assoluto. Tentenniamo nel dire la più famosa perché sarebbe davvero uno
smacco verso canzoni-capolavori come ISN’T SHE LOVELY o MY CHERIE AMOUR
tanto per fare dei titoli. Se davvero fosse così, sarebbe triste. I JUST
CALLED TO SAY I LOVE YOU è una di quelle melodie che senti da vent’anni
ovunque: negli ascensori degli alberghi, nelle musiche d’attesa al
telefono, nelle radio generaliste di soli successi, etc. Per chi scrive
non è soltanto brutta ma anche noiosa e molto poco nello stile del
cantante cieco. Un testo che più banale non si può, una musica troppo
orecchiabile, ingenua, così troppo semplice che quasi stupisce. Però,
torniamo a ripetere, è un successo clamoroso quindi davanti ai dati non
si può dire più di tanto. Anche il film da cui è tratta (LA SIGNORA IN
ROSSO) nonostante sia del simpatico attore e regista Gene Wilder e sia
un remake del film francese CERTI PICCOLISSIMI PECCATI è noioso e
prevedibile. Però, ripeto, ha avuto successo anche il film di cui tutti
ricordano il cartellone pubblicitario con la modella Kelly Le Brock in
una posa simile a quella di un'altra locandina altrettanto famosa (anzi,
di più, QUANDO LA MOGLIE E’ IN VACANZA con Marilyn Monroe) in cui fa
intravedere un paio di gambe che se fossero reali (?) e non ritoccate
dal fotografo sarebbero troppo perfette. Dionne Warwick convince Stevie
a scrivere un pezzo per la colonna sonora, film che lei aveva visto in
anteprima e che aveva apprezzato. Così Wilder ha organizzato una
proiezione per Stevie Wonder (in braille???) in cui gli ha spiegato ciò
che avveniva sullo schermo (e pensare che il film ha una scena in cui
c’è un falso cieco!). Wonder dopo un paio di giorni aveva già scritto
le canzoni. Certo è che il cantante era quattro anni che non faceva più
un disco, dal bellissimo album HOTTER THAN JULY, del 1980. Poi due anni
dopo, nel 1982, insieme a Paul McCartney aveva dato vita ad un duetto
memorabile in EBONY AND IVORY e WHAT’S THAT YOU’RE DOING. Doveva
scrivere un album per la Streisand ma il non facile carattere della diva
ha forse fatto desistere l’autore che tra l’altro è famoso per la sua
proverbiale disponibilità e bontà d’animo. Però una canzone aggiunta
come inedito al doppio album di successi ORIGINAL MUSIQUARIUM, canzone
dal titolo RIBBON IN THE SKY, fa pensare ad un incompiuta con la
cantante ebrea, essendo particolarmente adatta alla voce di Barbra. Poi
alcuni cameo in album di altri cantanti (Manhattan Transfers e Elton
John). Nel 1984 un grosso tour europeo lo porta anche in Italia e a
settembre, chi è a Roma, Milano e Udine ha la possibilità di vedere uno
dei più grandi artisti della fine del ventesimo secolo all’opera. Ed
eccoci al disco vero e proprio. Stupisce il fatto che il vero autore
della musica originale del film (che comunque non è l’autore di I JUST
CALLED TO SAY I LOVE YOU), John Morris, è praticamente assente! Ci sono
due duetti con Dionne Warwick, due canzoni veramente molto belle e
importanti, nel puro stile della migliore tradizione americana. Due
canzoni di gran classe che si chiamano IT’S YOU e WEAKNESS. Poi anche
momenti ritmici (peccato che Stevie Wonder si sia affidato alle orribili
tastiere elettroniche, croce e delizia dei famigerati anni ottanta,
capaci di rovinare una canzone stupenda riducendola a banale e
stereotipata) come THE WOMAN IN RED (dal titolo del film) e LOVE LIGHT
IN FLIGHT dove la voce del cantante sovrasta ogni cosa (facendolo in
modo egregio) e DON’T DRIVE DRUNK, dove si gioca tra strumenti ubriachi
e si cerca di sensibilizzare la gente al problema della guida in stato
di ebbrezza. Poi un assolo della Warwick con MOMENTS AREN’T MOMENTS con
un arrangiamento moderno e classico nel contempo (purtroppo oggi datato
dall’utilizzo della tastiera elettronica).
Bob Geldof
Succede che una mattina, un musicista di medio calibro, con una band di
medio successo, da tirare avanti, si svegli un po’ più intronato del
solito, vada a cercare qualcosa da bere per fare colazione e venga
fulminato da un idea davanti al frigorifero. Un’ idea che lì per lì
sembrerebbe un po’ scema e sicuramente poco realizzabile. Difatti come
si fa a pensare di mettere davanti ad un microfono in contemporanea
personaggi come Paul McCartney, George Michael, Sting, Paul Young, Phil
Collins, i Duran Duran e via dicendo senza che qualcuno ti dica se sei
scemo o cosa? Questa è l’idea che venne a Bob Geldof, leader dei poco
noti Boomtowns Rats e noto idealista/utopista, una mattina, forse la più
importante di tutta la sua vita . Fare un disco per raccogliere i fondi
per l’Africa, un disco che riesca a sfamare migliaia di bambini che non
hanno altro che mosche intorno. Sarebbe un bel colpo, sicuramente. Ma Bob
non pensa ad un successo personale bensì a qualcosa che possa
gratificarlo come essere umano. Riuscire a fare qualcosa per gli altri,
dare un senso alla propria vita e magari, perché no, farsi anche
ricordare dai posteri come una brava persona. Ma questo credo non abbia
avuto una grossa rilevanza nei pensieri del cantante. Certamente non lo
conosciamo ma guardando al suo comportamento futuro si può senza dubbio
affermare che è stata un idea totalmente in buona fede. Bob Geldof ha
continuato la sua vita di musicista senza mai grossi clamori, quasi in
sordina, con dentro, forse, l’orgoglio di aver contribuito a far nascere
qualcosa di buono ed imitato parecchie volte negli anni a seguire. Ecco,
forse questi tentativi successivi sono da considerarsi poco spontanei!
Comunque, ci riesce e mette su un gruppo chiamato Band Aid che viene
subito accolto con diffidenza in patria. Molti giornali specializzati
criticano il progetto per scarsa professionalità, ricordando che simili
iniziative consentono agli artisti di dedurre le tasse al fisco inglese.
Il disco esce improvvisamente e raggiunge la vetta delle classifiche in
un batter d’occhio, merito anche dell’orecchiabilità della musica e del
testo, non eccessivamente buonista, in cui ci si limita ad elencare
quello che le persone più fortunate avranno a Natale e quello che invece
accadrà ai più negletti (c’è un mondo dietro alla tua finestra ed è un
mondo fatto di paura e di timore in cui la cosa migliore che può
capitare è l’amaro pungere delle lacrime). Bob Geldof è aiutato nella
stesura da Midge Ure. La jam session comincia il 25 novembre 1984 alle 11
e termina alle sette di sera. Mentre si registra il disco si pensa anche
al filmato che viene poi montato con scene in cui si vedono africani
ridotti allo stento. Phil Collins è l’artefice della rullata in stile
africano all’inizio del brano e Paul Young apre le danze cantando la
prima riga (Its Christmas time there’s no need to be afraid) e Sting
naturalmente si cuce ad personam la frase già tradotta e tra parentesi,
che dice the bitter sting of tears e che in italiano si può tradurre
solo in quella maniera (se qualcuno ne sapesse un'altra, non essendo io
nato a Stratford on Avon, si faccia avanti). Il 15 dicembre esce nei
negozi inglesi. Arriva al primo posto e ci rimane per cinque settimana
vendendo ben tre milioni di dischi. Record imbattuto fino alla squallida
iniziativa di Elton John quando nel 1997 fece ristampare CANDLE IN THE
WIND dedicato alla defunta moglie di Carlo d’Inghilterra (che con le sue
gesta di dubbia regalità e moralità avrebbe forse dovuto far pensare
casomai ad un'altra canzone, scritta da Michael Jackson ed inclusa
nell’album BAD...). In Italia il disco arriva in sordina. Troppo veloce la
distribuzione rispetto ai tempi dei giornali specializzati. Esce il
disco e nessuno-dico-nessuno si trova preparato a recensirlo in tempo
con un servizio fotografico della sessione avvenuta 15 giorni
prima. Neanche il settimanale che si picca di essere sempre al posto
giusto quando si tratta di spettacolo. Essendo poi una canzone
tipicamente legata alle feste natalizie, è normale che perda d’attualità
dopo la Befana e quindi saranno pochi (in realtà non ne abbiamo trovato
neanche uno) i giornali che si occuperanno con dovizia di particolari
dell’operazione . Sta di fatto che già 5 giorni prima di Natale le radio
italiane, private e non, bombardano gli utenti con il singolo che
ottiene subito immediato successo raggiungendo le vette più alte della
classifica dei singoli più venduti. Anche se non appare sulla carta,
sarà il 45 giri più venduto sotto le feste natalizie. Quest’anno c’è
stata la riesumazione del progetto con la Band Aid 20 (quel venti sta
per vent’anni dopo) e sebbene sia stato un successo in patria la nuova
versione 2004 di DO THEY KNOW IT’S CHRISTMAS TIME fa davvero venire il
latte alle ginocchia, tanto da far rimpiangere i vari Paul Young, Simon
le Bon e Tony Hadley, di cui i più bastian contrari all’epoca dicevano:
mica saranno cantanti questi qui! Perché si facevano i paragoni con i
vari Rolling, Beatles e la generazione precedente di musicisti
albionici. Ora, come c’è chi rivaluta film come PIERINO CONTRO TUTTI, è
sicuramente il caso di rivalutare (per chi non l’abbia già fatto) quei
personaggi che negli anni ottanta venivano guardati con diffidenza.
Perché, come si sa, al peggio non c’è davvero mai fine! E per i più
enciclopedici ecco tutti i partecipanti alla sessione del 1984: Phil
Collins; Bob Geldof, Simon Crowe, Peter Briquette, Johnny Fingers
(Boomtown Rats); Steve Norman, Tony Hadley, Martin Kemp, John Keeble,
Gary Kemp (Spandau Ballet); Midge Ure, Chriss Cross (Ultravox); Paul
Young; John Taylor, Simon Le Bon, Roger Taylor, Andy Taylor, Nick Rhodes
(Duran Duran); Glenn Gregory, Martin Ware (Heaven 17); Marilyn; Jody
Watley; Keren, Sarah, Siobhan (Bananarama); Paul Weller; Peter Blake;
James Taylor; Robert Bell, Dennis Thomas (Kool and the Gang); George
Michael (Wham); Francis Rossi, Rick Parfitt (Status Quo); David Bowie;
Paul McCartney; Holly Johnson (Frankie Goes to Hollywood); Sting; Jon
Moss, Boy George (Culture Club).
Junior
Dai campi da gioco al microfono: per un brasiliano è cosa normale. Lui è
Junior (o meglio Junio Leovegildo Lins Gama) e gioca nel Torino. Alla
fine di questo campionato avrà collezionato 26 presenze e sette goal.
Non male per un difensore. E’ un grande giocatore e titolare della
nazionale brasiliana. Nel 1982 incise un disco, una samba, che fu un
grosso successo in patria. Il titolo è VOA, CANARINHO,VOA. Avrebbe
dovuto essere la canzone in grado di portare alla vittoria finale della
competizione spagnola la squadra carioca. Ma poi il Brasile ha
incocciato nei cross di Bruno Conti e nella testa e nelle gambe di Paolo
Rossi e addio mondiale. Quel VOA CANARINHO VOA non lo volle ascoltare più
nessuno. Ora Junior ci riprova senza nazionalismi calcistici e i dodici
titoli del disco portano la firma di grandi autori della musica carioca
come Martinho da Vila (quello di CANTA CANTA MINHA GENTE, tradotto in
italiano per la Vanoni in CANTA CANTA). Dodici canzoni che volano
leggere anche grazie al talento del simpatico calciatore. Ma
naturalmente, il disco non se lo compra nessuno!
Ombretta Colli
Il nuovo album di Ombretta Colli ricalca un po’ al femminile quello che
il marito Giorgio Gaber fa ormai da anni e cioè riportare su disco gli
spettacoli teatrali. Lo spettacolo che la Colli presenta nei teatri
italiani con grande successo si chiama UNA DONNA TUTTA SBAGLIATA, messo
in scena proprio insieme al marito. Un assolo di due ore nelle quali
l'intelligente artista mette in scena i problemi e le contraddizioni di
una donna che si avvicina alla soglia dei quaranta. Le canzoni che
troviamo sono quasi tutte già edite nel corso di questi anni ottanta.
Alcune veramente intelligenti e gustose come CON QUELLA FACCIA DA
ITALIANO o SARA’ CHE ME NE FREGO, del genere tipico della coppia
Gaber-Colli. C’è anche un brano col testo di Tenco, LUIGI E GLI
AMERICANI. I testi della commedia musicale sono stati scritti da lei
stessa insieme al marito, a Sandro Luporini e Giampiero Alloisio. Questo
disco (che essendo tratto da una commedia teatrale non avrà molto
successo) è edito dalla Fonit Cetra. Quindi la cantante ritorna alla
Fonit dopo un breve periodo alla RCA (1981-82).
<>Arnold
Fa notizia l’operazione al rene di Gary Coleman. Chi è Gary Coleman? E’
il famoso Arnold della serie IL MIO AMICO ARNOLD che va in onda su
Italia Uno con grandissimo successo da circa 4 anni. Il titolo originale
è DIFFERENT STROKES e viene mandato in onda dalla rete americana NBC.
Gary Coleman come tutti sanno (o meglio, sapevano) non era un bambino di
8-9 anni. Bensì un ragazzetto di 16, essendo nato nel febbraio del 1968.
Una disfunzione al rene e un inserimento di un altro rene (operazione
non riuscita bene) ne ha condizionato la crescita, facendolo rimanere
della dimensione di un bambino di 8-9 anni. Ora Gary Coleman è ricco e
lo conoscono tutti come Arnold (che cavolo dici, Willie – era solito
ripetere al fratello del telefilm) e ha deciso di crescere in tutti i
sensi, infischiandosene se poi non potrà più interpretare il personaggio
che gli ha fatto guadagnare migliaia di dollari. Restare per tutta la
vita un negretto di 1 metro e 30 centimetri non sarebbe stato molto
allettante. Per restare in tema tv, i network di Silvio Berlusconi sono
stati oscurati a Torino e a Roma. Ma nel 1984 (dieci anni prima della
sua discesa in politica) i giornali e i media di tutte le parti
politiche si sollevano indignati contro la libertà dei singoli cittadini
di poter scegliere tra reti pubbliche e reti private. Tanto più che
migliaia di spettatori prendono di mira i centralini della Rai e dei
quotidiani italiani per esprimere il loro disaccordo contro questa
decisione dei pretori per i quali la caduta alla Camera del decreto
legge che aveva annullato il via libera ai network riporta in vigore il
divieto di mettere in onda programmi in contemporanea nazionale, cosa
che, secondo un'arcaica legge, spettava solo alla Rai. Solerti i
Pretori ad oscurare il video, solerti i teledipendenti a reagire con
veemenza, anche perché per altre reti nazionali come Rete A, Euro Tv e
Elefante non è stata applicata la legge. Addirittura una manifestazione
di telespettatori a Torino. Tanto più se c’è di mezzo una puntata di
Dallas o di Segreti. Guai a perderla! E guai a perdere gli elettori: chi
si assume la responsabilità di impedire la visione di J.R agli italiani?
O Bim Bum Bam con Bonolis o Premiatissima con Johnny Dorelli? In men che
non si dica, tutti d’accordo. Fatta la legge, scampato pericolo.
<>Isa Pola
Per la serie chi viene e chi va ecco un’altra partenza con biglietto di
sola andata, quella di un attrice a cavallo tra il muto e il sonoro, Isa
Pola, nata Luisa Betti di Montesano, a Bologna nel 1909 (o almeno così
vogliono far sapere le biografie). Muore a Roma all’Ospedale san Camillo
per un tumore. E’ stata una delle prime incarnazioni del divismo made in
Italy. Debutta nel 1925 in MIRIAM ma il successo vero le arriva con il
primo film sonoro italiano, nel 1930, LA CANZONE DELL’AMORE. Le sue
caratterizzazioni furono sempre quelle di donna di gran classe ed
emancipata. Seppe anche fare scelte scomode come affrontare il teatro
impegnato, al massimo fulgore della sua carriera, nel 1932, tutto a
discapito dei facili guadagni cinematografici. Tornata dopo quella
parentesi al cinema inanellò una serie di grandi successi di pubblico
come ACCIAIO o CAVALLERIA RUSTICANA. Diede l’addio al mondo del cinema
nel 1958 con un cameo in AMORE E CHIACCHIERE di Blasetti e alla vita
terrena il 17 dicembre 1984, un lunedì qualsiasi.
Raffaella Carrà
Nostra Signora Dei Miracoli, ovvero Raffaella Carrà, riesce in un altro
dei suoi miracoli e cioè far apparire il Papa nella trasmissione PRONTO
RAFFAELLA. Non ci era mai riuscito nessuno, forse anche perché prima di
allora non c’era stato nessun Papa abbastanza spiritoso e disposto al
gioco. Nella Sala Nervi del Vaticano il Papa incontra la troupe della
trasmissione che dice di seguire sempre perché foriera di valori e di
ideali (quali? quelli dei fagioli?) e che riunisce le famiglie all’ora
di pranzo (veramente i ragazzi escono da scuola alle 13 quando la
trasmissione è già quasi finita) contribuendo in tal modo ad un
autentico programma morale e religioso. Magari sarà senza dubbio
esagerato, ma che doveva dire quel povero Papa bersagliato da telecamere
e macchine fotografiche nella testimonianza dell’incontro tra il Papa e
la Papessa Raffa? Raffaella apre il programma emozionatissima, in odore
di santità (ha appena ricevuto la benedizione apostolica). E avverte i
telespettatori a casa che ha fatto gli auguri di buon Natale al Papa
anche a nome loro (ora sì che si possono sentire importanti!). Indossa
una coroncina di perline bianche che aveva ricevuto dalle mani del
Pontefice e dalla quale giura che non si separerà mai. A proposito,
l’altra domenica a Porta Portese ho visto una coroncina di perline
bianche che dicevano benedette dal Papa in persona. Niente niente che...
E con questa ultima cretinata è tutto.
Un augurio di Felice Anno Nuovo e di Buona Befana a chi ci legge e a chi
se ne guarda bene (come dargli torto?) Ci rivediamo a metà gennaio!
Christian Calabrese